L’aforisma “Evitare ogni male, coltivare il bene e purificare la mente: questo è l’insegnamento dei Buddha” (traduzione del verso Pali “Sabbapāpassa akaraṇaṃ, kusalassa upasampadā, sacittapariyodapanaṃ – etaṃ Buddhānuśāsanaṃ”) condensa in poche, potenti parole la totalità del percorso buddhista verso la liberazione. Non si tratta di un semplice precetto morale, ma di una profonda roadmap psicologica e spirituale che, se applicata con diligenza, conduce alla cessazione della sofferenza e alla realizzazione della vera pace. Analizziamo ogni componente per apprezzarne la ricchezza e la profondità.
1. Evitare Ogni Male (Sabbapāpassa Akaraṇaṃ)
Il primo pilastro di questo insegnamento universale è la rinuncia alle azioni dannose. “Male” in questo contesto non si riferisce a un concetto assoluto di peccato in senso teologico, ma a qualsiasi azione (fisica, verbale o mentale) che causi sofferenza a se stessi o agli altri. Questo include un vasto spettro di comportamenti:
- Azioni fisiche dannose: non uccidere esseri viventi (il che implica il rispetto per ogni forma di vita), non rubare (riguarda anche lo sfruttamento o l’appropriazione indebita), e non impegnarsi in condotte sessuali inappropriate (che causano danno o sfruttamento).
- Azioni verbali dannose: astenersi dalla menzogna, dal linguaggio divisivo (che semina discordia), dalle parole aspre (che feriscono) e dalle chiacchiere inutili (che disperdono l’energia mentale e portano a distrazione).
- Azioni mentali dannose: evitare la brama o l’avidità (il desiderio insaziabile), l’odio o l’avversione (il desiderio di nuocere) e l’illusione o la visione errata (l’ignoranza delle quattro nobili verità e della vera natura della realtà).
Evitare il male è il fondamento etico su cui si costruisce ogni ulteriore progresso. È come preparare il terreno: rimuovi le erbacce e le pietre per permettere al seme di germogliare. Senza questa base, qualsiasi tentativo di coltivare il bene o purificare la mente sarebbe fragile e destinato a fallire, poiché le radici del danno continuerebbero a minare la crescita. Questo aspetto enfatizza la responsabilità individuale delle proprie azioni e il loro impatto sul benessere proprio e altrui.
2. Coltivare il Bene (Kusalassa Upasampadā)
Dopo aver rimosso ciò che è dannoso, il passo successivo è sviluppare e nutrire qualità e azioni benefiche (kusala). “Bene” qui indica tutto ciò che è salutare, abile, costruttivo e che porta a felicità e benessere. Questo comprende un’ampia gamma di virtù e pratiche:
- Generosità (Dāna): Dare senza aspettativa di ricompensa, condividendo risorse, tempo ed energia. Questo contrasta l’avidità e promuove un senso di interconnessione.
- Moralità (Sīla): Andare oltre la mera astensione dal male, impegnandosi attivamente in azioni che promuovono armonia e rispetto. Questo include l’onestà, la compassione, la pazienza e l’integrità.
- Sviluppo della mente (Bhāvanā): Questo è un aspetto cruciale e include la pratica della meditazione per coltivare la calma (samatha) e l’intuizione (vipassanā). Attraverso la meditazione, si sviluppa la capacità di concentrazione, la consapevolezza e una chiara visione della realtà.
- Amorevole gentilezza (Mettā) e Compassione (Karuṇā): Sviluppare un atteggiamento di benevolenza incondizionata verso tutti gli esseri e il desiderio di alleviare la sofferenza altrui.
- Gioia simpatica (Muditā) e Equanimità (Upekkhā): Rallegrarsi della felicità altrui e mantenere una mente equilibrata di fronte ai successi e ai fallimenti, sia propri che altrui.
Coltivare il bene è un processo attivo e intenzionale. Non basta astenersi dal fare il male; è necessario impegnarsi proattivamente nel fare ciò che è salutare e benefico. È come seminare semi fertili in un terreno ben preparato, innaffiarli e prendersi cura di loro per assicurare una crescita rigogliosa. Questo porta non solo a benefici per gli altri, ma anche a una profonda pace interiore e a un senso di realizzazione personale.
3. Purificare la Mente (Sacittapariyodapanaṃ)
Questo è l’apice dell’insegnamento e il cuore della pratica buddhista: la purificazione della mente. Non si tratta solo di controllare il comportamento esteriore, ma di trasformare le radici interne della sofferenza. La mente “non purificata” è quella offuscata dalle tre “veleni” principali:
- Avidità (Lobha): Il desiderio compulsivo, l’attaccamento e la brama.
- Odio (Dosa): L’avversione, la rabbia, l’irritazione e la malevolenza.
- Ignoranza (Moha): La non comprensione della vera natura della realtà, delle Quattro Nobili Verità e del funzionamento del karma. Questa è la radice ultima di tutti i mali.
La purificazione della mente avviene principalmente attraverso la saggezza (paññā) e la consapevolezza (sati), come discusso in precedenza. Attraverso la meditazione di consapevolezza (vipassanā), si osserva la natura impermanente, insoddisfacente e non-sé di tutti i fenomeni. Questa visione penetrante dissolve gradualmente le illusioni e gli attaccamenti che sono alla base dell’avidità, dell’odio e dell’ignoranza.
Purificare la mente significa:
- Rimuovere le impurità: Come il fango che intorbida l’acqua, le afflizioni mentali offuscano la nostra capacità di vedere chiaramente. La pratica mira a far depositare questo “fango” in modo che la mente diventi limpida.
- Sviluppare la chiarezza e l’intuizione: Una mente purificata è una mente che vede la realtà così com’è, libera da distorsioni e proiezioni. È una mente che ha realizzato la saggezza liberatoria.
- Realizzare il Nibbāna (Nirvana): L’obiettivo ultimo della purificazione è il completo sradicamento di tutte le afflizioni mentali, culminando nella realizzazione del Nibbāna, lo stato di pace incondizionata e di liberazione dalla sofferenza.
Questo terzo punto è il risultato e l’obiettivo finale dei primi due. Evitare il male crea le condizioni etiche, coltivare il bene rafforza le qualità positive, e la purificazione della mente sradica le cause profonde della sofferenza.
Conclusione: L’Insegnamento Universale
Questi tre principi non sono sequenziali in senso stretto, ma piuttosto interdipendenti e si rinforzano a vicenda. La vera purificazione della mente rende più facile evitare il male e coltivare il bene, mentre la pratica dei primi due crea un terreno fertile per la purificazione mentale. Questo verso non è solo un riassunto conciso del Dharma, ma un invito perenne a intraprendere un viaggio di autotrasformazione che, attraverso l’etica, lo sviluppo della virtù e la profonda introspezione, conduce all’illuminazione. È l’essenza dell’esperienza illuminata del Buddha, offerta come via praticabile per tutti gli esseri.


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